Il diritto nell'arte, l'arte nel diritto, l'arte del diritto.

  • Calogero Massimo Cammalleri
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Abstract

Vede la luce una nuova rivista. A che pro? A che può servire se molte e ricche sono le banche dati, vasto il panorama di autorevoli riviste scientifiche e più esteso e di maggior successo quello delle riviste divulgative? A nulla di nulla; è perfettamente inutile: questa è l'unica risposta possibile. Del resto cosa potreste rispondere se vi chiedessero a che serve una nuova opera d'arte? Non potreste che rispondere: a nulla. Non … serve, però è bella (se vi pare). Dove l'uomo ha lasciato tracce di sé sappiamo là ha lasciato regole e molto prima di esse ha lasciato arte. Si è espresso con l'arte prima di imparare a scrivere e – per quanto ci è dato sapere – prima di imparare a parlare. Nondimeno la produzione di arte e di diritto non ha conosciuto sosta. Arte e diritto hanno conosciuto, è vero, momenti felici e altri infelici, ma non hanno mai cessato di riprodursi. Arte e diritto sono due connaturali dell'uomo, fatti dall'Uomo e per l'Uomo. Dunque, questa nuova rivista ambisce a essere inutile, della stessa inutilità dell'arte, magnifica e umile, le cui spesso tribolate sorti condivide.
Ecco perché, per questo “numero zero”, così viene chiamato il numero fuori collana che presenta e descrive la futura opera, abbiamo scelto per la testata “Giurisprudenza” di Gustav Klimt; o meglio, la rappresentazione fotografica in bianco e nero del coloratissimo e grandioso originale di 4 metri per oltre 3 distrutto nel 1945 nell'incendio del Castello di Immendorf appiccato dalle SS in fuga. Un tassello (di un trittico dello stesso autore, gli altri due Filosofia e Medicina) che doveva accompagnare la quarta opera dedicata alla Teologia, invece affidata a Matsch, e con essa destinata all'aula magna dell'Università viennese, dove avrebbe dovuto rappresentare – e mai accadde – la vittoria della Luce sulla Tenebra. Dopo oltre un secolo, si può ben soprassedere dalle dispute, asperrime talora, che accompagnarono quest'opera di Klimt – polemiche che gli fecero dire: -“Ne ho abbastanza della censura, adesso faccio da me: desidero liberarmene; desidero liberarmi da tutte queste stupidaggini che mi ostacolano e mi impediscono di lavorare.” – e concentrarci sulla poetica del dipinto. Esso tradisce a tutta prima l'anelito di “certezza” che da “Giurisprudenza” ci si aspetta. Guizza invece, a tutta prima, plastica l'inconoscibilità della Giustizia: essa è fredda ed impietosa, la giustizia (umana) non conosce pietas, punitrice (o applicatrice della sanzione, quel essa sia, direbbe il giurista). Così anche Kraus, giurista incompiuto e scrittore dalla satira sagace, irride l'opera scrivendo che in essa «il concetto di giurisprudenza si esaurisce in quello di delitto e castigo»; come dire: Kraus invece delle Luna quarda il dito e accusa Klimt di farlo. Ma Klimt guarda proprio alla Luna, anzi al suo lato oscuro, oltre la forma, rende l'oscuro visibile con i sensi. Della Giustizia predicata e raffigurata come istituzione sociale a favore dell’uomo, l'occhio dell'artista coglie quello che l'uomo comune, ma anche l'esperto giurista, vittima come Kraus del pre-giudizio della Giustizia giusta per Legge, spesso non coglie: la Giustizia è un potere, il potere, che quando ti incontra può stritolarti, quanto più sei debole e diseredato; senza un perché, o meglio senza un perché umano. Un'opera scomoda Giurisprudenza, come dovrebbe esserlo legge, giustizia, verità. Sono ben evidenti, Verità, Giustizia e Legge; campeggiano – idilliache – nella parte superiore del dipinto: su sfondo oro. La composizione è, come il diritto, gerarchica: la figura del condannato, curvo, costretto dai tentacoli di una piovra, sta in basso; lo attorniano le tre Parche (le figlie di dio e di giustizia, Zeus e Temi: tessitrici del destino dell'umanità, questa volta non vecchie ma nude, sensuali, misteriche) o forse tre Erinni. Straordinario l'archetipo! L'ossimoro, che trasforma la vittima in colpevole. Cosa ci sta tra le due parti? Cosa è cerniera tra idillio e realtà? Tre teste mozzate. Impassibili o secche. Teste senza un corpo: non possono conoscere dolore; non conoscono pietas. Il diritto nell'arte: c'è molto più diritto in questo dipinto che in talune sentenze.
Si racconta del mugnaio Arnold e di un giudice di Berlino a cui il primo si rivolge; dopo avere indarno percorso tutti i gradi della giurisdizione, compresi quelli alti e berlinesi per avere soddisfazione delle soperchierie subite dal nobilotto locale (come don Rodrigo dite? Ah già! Manzoni e il povero Azzeccagarbugli!); solo che il giudice, quel giudice, non era un giudice ma era Federico il Grande (non proprio un mite) che, – ma solo dopo avere esaminato tutti gli atti (Emilio Broglio, "Il Regno di Federico di Prussia, detto il Grande", Roma, 1880) – non solo ristabilisce la giustizia ma, manda in gattabuia i giudici felloni. Il despota illuminato esercita il suo potere con arte; un'arte che si è rivelata migliore della tecnè dietro cui i giudici si erano nascosti. Si, siamo nel 1700 è vero. Non c'era stata la rivoluzione francese e Alexis de Toqueville non era ancora nato, però Montesquieu aveva già scritto L'espirit des Loix la storia del mugnaio di Postzdam è vera (come tutti i bambini germanofoni anche Klimt l'avrà conosciuta): c'è dell'arte nel giudice di Berlino. Non è la separazione dei poteri come la conosciamo oggi, ma è pur sempre un apologo de sed quis custodiat ipsos custodes? Come, ben prima di Giovenale (Satira VI), ricordava Platone, giacché i “guardiani” devono astenersi dalla ubriachezza, dalla mollezza, dalla pigrizia «è certamente ridicolo che un custode abbia bisogno di un custode» (Repubblica, III, 58). E qui siamo giunti: da Giovenale (50/50-127 d.c.) al Comico di Moore (Alan Moore, Watchman, 1986) che impegnato a sedare una rivolta anti-vigilanti (anti-watchmen, anti-custodi), alla domanda di Gufo Notturno I: «Da chi li stiamo proteggendo?», semplicemente replica: «Da loro stessi» (Watchmen, capitolo 1, pagina 17, vignetta 6). Con questo spirito codesta nuova rivista di giurisprudenza, immagina di praticare l'arte del diritto, perché, come qualcuno fece scrivere sul frontone del Massimo di Palermo, "L'arte (il diritto) rinnova i popoli e ne rivela la vita. / Vano delle scene (delle aule) il diletto (il giudizio), ove non miri a preparar l'avvenire". Noi proviamo a fare la nostra parte.
Calogero Massimo Cammalleri.

Riferimenti bibliografici

Anonimo, "L'arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. / Vano delle scene (delle aule) il diletto, ove non miri a preparar l'avvenire".
Broglio Emilio , "Il Regno di Federico di Prussia, detto il Grande", Roma, 1880
Chini M, Pescio C (a cura di), Klimt, p.72
Giovenale (Satira VI),
Manzoni, I promessi sposi, Milano 1840
Moore Alan, Watchman, 1986
Montesquieu, L'espirit des Loix, Amsterdam 1749
Platone, Repubblica, III, 58
Pubblicato
2018-04-21
Sezione
Editoriali